1.3.05

da MILANOMODS

THE LINK QUARTET
Italian Playboys
Hammond Beat Records

Kahlil Breithaupt, della statunitense Hammond Beat Records, ci ha creduto ed ha messo sotto contratto questo affermato e consolidato combo italiano di soul/mod/jazz, forte anche del triofale esito dei tours stars and stripes che il quartetto piacentino ha tenuto. Sia per produzione, sia per esecuzione, Italian Playboys e’ il lavoro piu’ riuscito dei Link Quartet e ne segna anche la loro definitiva maturazione. L’Hammond di Apollo Negri suona a livelli siderali ed io credo che costui sia uno tra i piu’ grandi hammondisti italiani di tutti i tempi perche', rispetto a quelli dei sixties o dei seventies del nostro paese, ha avuto la possibilita' e la lungimiranza di capitalizzare immense ed infinite esperienze sonore che nei primi anni del soul jazz erano ancora in fase embrionale. La chitarra di Giulio Cardini, sovente in interplay con la tastiera, si sposta dal funk, al soul, alla psychedelia e a certo cool jazz di marca canterburiana che, personalmente, mi fa impazzire. La sezione ritmica di Tony Face, alla batteria, e di Renzo Bassi, al basso, e’ una tra le piu’ collaudate e rodate del panorama nostrano. C’erano tutte le premesse per porre in essere un grande disco e cosi’ e’ stato. Il gruppo compone con mano ferma e sicura, tant’e’ che i brani originali sembrano essere dei classici. La composizione e’ sempre fresca e ricca di soluzioni armoniche. La title track e’ uno shuffle con un groove che ti avvolge come le spire di un serpente, complice anche la sezione ritmica che non ti lascia scampo con l’Hammond di Apollo che porta avanti il solo in modo magistrale con un lieve interplay di chitarra. Deliquesced By Devonshire e’ un uptempo soul jazz che pare uscito da un’ ipotetica soundtrack di fine sixties con interventi di chitarra di marca molto acida che preparano il brano ad una coda piu' riflessiva e rilassata. Grande brano di scrittura superba. In territori da ghetto nero in mano a pushermen senza scrupoli si avventura The Monster Of Milwaukee, un midtempo funkeggiante degno della miglior blackexploitation in cui gli interventi di pianoforte ne accentuano l’aspetto lirico. Brano incredibile e' Greased On Delta Street, un funky shuffle che in parte mi ricorda i Meters, in parte i Funkadelic per il fraseggio acido della chitarra, magnifico per ogni dance floor con interplay tra hammond e chitarra da urlo. Il french beat Janine vede alla voce Arnaldo Dodici, consolidato additional musician del quartetto, in cui la tastiera, ad un certo punto, mi ha ricordato alcuni momenti dei migliori Caravan. Di gusto marcatamente library e’ Portofino Vespa Rider, bel soul jazz con pregevoli svisate di Apollo Negri all’Hammond e con la chitarra che mi ha ricordato certe soluzioni di alcuni gruppi pop di San Francisco con la chitarra ospite di Doug Roberson. A livello esecutivo e di scrittura, forse, il brano piu’ riuscito del disco e' After And Once Again, un bel midtempo funk ricco di pathos e di tensione da cui si evince la grande perizia del quartetto a tenere ritmi piu' impegnativi sul piano del mood rispetto a brani di veloce esecuzione. Molto attuale e’ il sitar funk alla Dave Pike di Spider Baby con l’apporto allo strumento di Eddie Roberts, midtempo da consumare su ogni dancefloor sixties. Sul versante delle covers il risultato e’ sempre rimarchevole e personale in quanto il gruppo offre perennemente valore aggiunto, viste le diverse soluzioni sonore che e’ in grado di fornire. Prova ne e’ lo slapshot di Move Move Move di Alan Hawkshaw con un groove acido da sixties movie con delle magistrali svisate di Apollo all’Hammond. Rubber Monkey di Jon Lord e’ un funky acido dove Apollo da’ il meglio di se’ con la chitarra di Giulio che si prodiga in una frase acida molto canterburiana. Lady Shave, con l’apporto vocale di Ninfa, e’ un bel psychedelic soul molto suadente e ricco di glamour da party in technicolor con la chitarra che si diletta in un fraseggio acidissimo. Un puro distillato di sixties way of life. Glass Onion di beatlesiana memoria e’ un soul jazz che ricorda le migliori soluzioni di Brian Auger, mentre Briar Patch di Jack McDuff e’ un uptempo dal beat latin che mette in luce una pregevole raffinatezza di esecuzione con l’Hammond che ti avvolge come un tornado. Stupenda e’ anche la rilettura dello standard jazz di Dave Brubeck che qui diventa Take Four dal gusto molto space age pop in cui Apollo dispiega tutto il suo ventaglio di possibilta’ talentuose con un clavinet che accentua il connotato psichedelico. Grande disco che pone le premesse per il superamento di certi cliche’ alla James Taylor Quartet. Qui c’e’ personalita', idee chiare ed una grande label di settore d’oltreoceano a far da supporto.

(Henry)