28.12.04

INTERVISTA DI DELROCK.IT A TONY FACE

Le classifiche possono attendere
di
maurizio zoja

L'organo Hammond, i Kinks, il Modernismo, e ancora la passione per il ballo, la black music e per quella Londra che, da quarant'anni buoni, è un'autentica terra promessa. Il 2004 è stato un'ottima annata per un certo tipo di pop nato e cresciuto in Italia ma i cui riferimenti sono a grandi linee rintracciabili, assieme a molti altri, negli elementi sopracitati. «Non credo si possa parlare di un movimento - dice Tony Face Bacciocchi (foto), già batterista degli indimenticati Not Moving e oggi leader dei Link Quartet, che hanno fatto dell'Hammond beat il suo marchio di fabbrica - band ispirate agli anni Sessanta ci sono sempre state, dal punk in poi, sia all'estero che in Italia. È un sound sempre fresco e accattivante, che non subisce il trascorrere degli anni, che continua ad essere ascoltato e ballato e funge da costante riferimento per tutti i nuovi gruppi».

A proposito di nuovi gruppi, è grazie a etichette come la milanese Record Kicks, casa discografica degli stessi Link Quartet, che band come MiniVip e RiPiDi hanno pubblicato il loro album di debutto, giunto nei negozi, nel caso di questi ultimi, dopo ben tredici anni di onorata gavetta. Di stanza a Trieste, i RiPiDi suonano un pop chitarristico ispirato ai Beatles più scanzonati e, nel peggiore dei casi, sembrano una versione nostrana dei Supergrass. Our Greatest Hits è quasi un ossimoro: un ottimo disco italiano di Britpop. Leggermente diverso il sound dei MiniVip, che nella loro omonima opera prima allineano undici brani in cui al Britpop dei loro «cugini» mescolano una buona dose di Hammond groove, omaggiando il maestro James Taylor con una riuscita cover di The Block.
Last but not least, il 2004 ha visto l'uscita (sempre su etichetta Record Kicks) di Italian Playboys, il terzo lavoro dei già citati Link Quartet. Un disco, spiega lo stesso Tony Face, «fortemente influenzato da Small Faces, Brian Auger, James Taylor Quartet, Meters e Jean Jacques Perrey». Ninfa, un tempo negli Sciacalli e oggi personaggio di punta della scena lounge italiana, canta in Lady Shave, cover dei Gus Gus e primo singolo estratto dal disco, mentre Doug Robertson degli statunitensi Diplomats Of Solid Sound è ospite alla chitarra in Portofino Vespa Riders ed Eddie Roberts degli inglesi The New Mastersounds aggiunge il suo sitar a Spider Baby. Già il sitar, proprio come George Harrison, e a proposito di Beatles c'è anche una cover di Glass Onion, dal doppio bianco, stravolta quanto basta per divertire evitando all'ascoltatore paragoni improponibili.
Link Quartet, RiPiDi, MiniVip, il Modernismo e la musica pop sono fra gli argomenti dell'intervista di delrock.it a Tony Face, il personaggio che meglio di chiunque altro poteva aiutarci a far luce sulla «scena» poc'anzi descritta.

Un paio d'anni orsono, Oskar degli Statuto (che a febbraio torneranno in pista con un album intitolato «Sempre») ti ha definito «il papà dei mod italiani». Ti riconosci in questa definizione?

«Oskar è sempre gentilissimo nei miei riguardi. Diciamo che ormai sono il nonno dei mods italiani! La scena è cresciuta continuamente e costantemente (grazie e soprattutto a gente come Oskar) e proprio a un recente concerto degli Statuto ho incontrato mods quattordicenni. Diciamo che sono stato tra i primissimi a portare la cultura mod in Italia e il primo a cercare di organizzarla attraverso fanzine, raduni, serate musicali. Di qui il ruolo di papà, anzi nonno...»

Cosa significa per te essere mod?

«Sarebbe una lunga storia, difficile da capire se non si è mod. Significa essere coerenti con se stessi, avere uno stile di vita pulito, indifferente alle mode e al consumismo, libero da schemi, da autoritarismi, dalla massificazione. Vuol dire essere contro il "sistema" pur vivendoci all'interno. Mod è un modo di pensare, di muoversi, di scegliere, è uno stile di vita che rimane per tutta la vita».

Quali sono le principali differenze tra il vostro nuovo album e i due che l'hanno preceduto?

«Il primo, Episode One, pubblicato dall'etichetta spagnola Animal Records era una specie di raccolta di vecchi brani e cover varie, il tutto in stile lounge. Con Beat.it abbiamo per la prima volta creato un nostro stile che attinge dal mod sound dei 60's (Brian Auger, Booker T, George Fame, Small Faces) ma che guarda a tantissime altre influenze (funky, soul, rock, beat, jazz, psichedelia) e che è ben riassunto dal nome dell'etichetta americana che lo ha pubblicato, la Hammond Beat. Con Italian Playboys c'è un ulteriore espansione sonora, una specie (in tutta modestia e con le dovute e ovvie distanze) di nostro album bianco (o London Calling che dir si voglia, i miei album preferiti in assoluto assieme a Quadrophenia) in cui suoniamo brani funky e beat in classico stile James Taylor Quartet ma anche proto hard (la cover di Rubber Monkey di Jon Lord, futuro Deep Purple), jazz blues (Briar Patch di Jack McDuff), nu jazz stile Uniquity Records (Take Four), psichedelia (Spider Baby, con tanto di sitar), puro pop (Janine), Beatles e altro ancora.

Con il Link Quartet hai spesso suonato all'estero, come siete stati accolti dal pubblico?

«Sempre molto bene. Il nostro genere strumentale si adatta molto bene a gusti e pubblici diversi. Nei due tour americani abbiamo suonato in ambiti diversissimi, dai raduni mod ai piccoli club persi nello Iowa o nel Kansas, fino ad un party punk a Denver davanti a metallari e sconvolti vari, eppure è sempre andata bene, così come in Francia o in Belgio oppure quando abbiamo aperto una data per Manu Chao davanti a migliaia di persone. Nel tour americano di giugno abbiamo suonato a Hollywood in un locale gremito e il giorno dopo a Portland, in Oregon, davanti a 10 persone 10. Il giorno successivo, in un altro locale di Portland, ci hanno applaudito in centinaia e abbiamo poi chiuso a Chicago davanti a seicento mods. Sbalzi di situazioni e umori davvero particolari».

La vostra è musica pop nel senso migliore del termine, eppure non va in classifica. Ti sei mai dato una spiegazione?

«È molto semplice (e triste). Per andare in classifica sono necessarie tonnellate di soldi in investimenti promozionali, radio, televisioni, video. A parte sporadici exploit, chi va in classifica ha a disposizione ingenti risorse e una macchina promozionale ben oliata. Ci sono per fortuna anche gruppi come Bandabardò, che ce l'ha fatta senza enormi investimenti, ma sono casi rari. Noi ci accontentiamo di suonare, fare dischi con la musica che ci piace e divertirci. Le classifiche possono attendere».