29.11.04

Della recensione di Musicboom e polemichine di contorno

Come avranno letto coloro che hanno girato il sito in questi giorni c'è stata un po' di polemica relativa ad una recensione "un po' negativa" uscita sul sito www.musicboom.it.
Noi l'abbiamo presa tranquillamente.
Tra tante buone ci sta anche qualcuna non positiva , qual'è il problema ?
Ma INASPETTATAMENTE una serie di persone , che si è andata ingrossando sempre di più , ha riempito 11 pagine di commenti sul sito di musicboom , "contestando" (non sempre educatamente) il contenuto della recensione.
Da qui uno scambio di opinioni tra noi e il recensore e una polemica che non sembra volersi smorzare.
TANTO PER CHIARIRE E METTERE FINE AL TUTTO :noi non abbiamo fomentato la polemica , semplicemente abbiamo ringraziato pubblicamente chi si è inalberato così tanto per "difenderci" , proprio perchè non pensavamo di avere così tanti fans e così accaniti. Quindi da parte nostra continuiamo ad osservare il proseguio del "dibattito" , ma , RIPETIAMO , senza alcun coinvolgimento nella cosa , nè risentimento nei confronti di Carlo Crudele che ha espresso una sua opinione , condivisibile o meno.
Però la cosa è molto curiosa e divertente anche perchè , a dispetto di chi pensa chissà quali trame oscure , siamo ben consapevoli (in considerazione di una certa esperienza sul groppone) che tutto ciò non ci farà vendere una copia in più nè ci farà riempire alcun palasport.
Ed ora la famigerata recensione.
Giudicate un po' voi (e se volete lasciate un commento qua sotto) :

Hammond Dreamin' di Carlo "Cruel" Crudele
Non date retta a chi vi dice che con un Hammond si può fare un solo tipo di musica: la verità è che il suono caldo e tremendamente intrigante di un B3 può impreziosire moltissime salse, facendo risaltare blues e rock, jazz e psichedelia, lounge e musica di chiesa. Altro paio di maniche è ciò che il caro vecchio B3 è invece condannato a fare da anni: perché vedete, in principio fu il grandissimo (anzi, l’incredibile) Jimmy Smith, che al suo cassone fece raggiungere vette tuttora ineguagliate, ma i posteri ridiscesero velocemente la china, inabissando l’hammond-sound nel fango dell’acid jazz, costruendone risibili campionature a buon prezzo e rendendo rappresentativi solo pochi, ottimi, organisti (Johnny “Hammond” Smith, Joey De Francesco e, più recentemente, John Medeski ed il sottovalutato Larry Goldings).Strumento complesso, l’Hammond: è un organo talmente bello, dal sound così contagioso, che sono in pochi coloro che hanno rifiutato l’offerta di inserirne il sound nei propri lavori; e spesso l’han fatto a sproposito, perché è davvero difficile dire qualcosa di nuovo con uno strumento che già Waller e Gershwin utilizzarono ampiamente, e con ottimi risultati, oltre mezzo secolo fa. Non ci attendevamo questo, comunque, dall’esordio in patria dei Link Quartet, quartetto italiano che proprio sullo straordinario sound dell’organo basa gran parte della propria proposta: è chiaro sin dalla stilosa copertina che la band di Paolo Negri vuole “solo” divertire e divertirsi, forgiando un beat tirato a lucido che possa crearsi una nicchia nel retrò sound che spopola già da alcuni anni. Non che i quattro non ci riescano: episodi come Move Move Move, Greased On Delta Street e Deliquesced By Devonshire rappresentano un buon link tra il Frank Popp Ensemble ed i primi, più “facili” brani del trio Martin, Medeski & Wood.Ciò che nega ad Italian Playboys un giudizio migliore è però la convinzione che i tredici pezzi in esso contenuti altro non siano che esercizi di stile, carini finché si vuole ma già ampiamente masticati, e che non riescono mai a guadagnarsi la piena attenzione: tutto nel brano fila per il verso prestabilito, andando a parare esattamente dove un ascoltatore un pelino meno smaliziato s’attende che vada. Fanno eccezione pochi brani, ma anche lì i quattro non sempre cascano in piedi: la presenza di Ninfa alla voce non aiuta lo scialbo space-pop di Lady Shave –genere che i colleghi di label Studiodavoli propongono in maniera ben più convincente- mentre la svolta rock di After And Once Again non si differenzia da una lunga jam session in garage. Insomma, la tecnica c’è, ed i suoni pure: manca però la sostanza, mancano le idee che spingano l’album fuori dall’asfittico (e pressoché infinito) filone del jazz-soul-con-hammond. Lo dicevamo già all’inizio: l’Hammond è uno strumento splendido… e, proprio per questo, estremamente pericoloso.

1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

... concordo solo parzialmente con quanto espresso dal Sig. Crudele (di nome e di fatto... eh eh eh...).
Ho appena ascoltato il nuovo lavoro dei Link e, seppur conscio del fatto che i temi siano, gira e rigira, non particolarmente innovativi, il risultato finale appare sicuramente degno di nota, anzi, il sound del gruppo sembra trovare, un disco dopo l'altro, la propria dimensione.
Penso che questa band nulla abbia da invidiare ai JTQ dei tempi d'oro, apprezzabili sia le cover sia i nuovi brani, Paolo Negri sempre un portento secondo la mia modesta opinione...
Il mio augurio è quello di ottenere sempre più successo seguendo questo filone che sembra avere un buon riscontro di critica e pubblico, e non solo tra gli "over 30"!!
Continuate così!!!
Alberto - Torino

8:54 PM  

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